Quando andai a trovare Nemo capii che aveva ancora in mente B. Me ne accorsi da quel cappotto di pelle nera che stava appoggiato su una sedia, nella cucina, dalla sera in cui B. aveva lasciato Nemo. O meglio, come lui amava sottolineare con quella naturale ironia che lo contraddistingueva e che a volte sconfinava nel sarcasmo, da quando B. lo aveva “lasciato all’angolo di se stesso”. Ne ebbi la conferma dall’immagine che Nemo aveva incorniciato e che teneva affissa a una parete dello studio, immagine che utilizzava anche come sfondo sul suo iMac.
Era una fotografia scattata qualche anno prima in uno di quei posti conosciuti grazie a B., un
non-luogo che ora non esiste più e che allora, circondato da un’aura di affascinante decadenza, come a suo tempo Nemo mi raccontò, aveva subito conquistato e trasportato il mio amico “sulla scena di una pellicola di Andrej Tarkovskij”.

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La cosa che però attirò più delle altre la mia attenzione fu la vecchia macchina fotografica, quella che Nemo teneva accanto al computer. La presi in mano e cominciai a studiarla, da buon appassionato di tecnologia d’annata.
Sembrava quasi che Nemo l’avesse messa lì a mò di esca. Ero io il suo pesce e avevo abboccato. “L’ho trovata in un mercatino” disse Nemo. “Fotocamera Filmor, prodotta dalla Fototecnica Torino negli anni cinquanta. Tipo a scatola. Negativo sei per nove, pellicola centoventi, lente acromatica con diaframma effe undici, tempo di otturazione un sessantesimo di secondo o posa B. Una meraviglia. Il tutto per sette euro, compresa una custodia in crosta seminuova e… una sorpresa. Più che sorpresa, un vero regalo.”
“Cosa intendi?” chiesi. “Quale regalo?”
“Quello che ho trovato quando ho aperto la macchina. All’interno c’era un rullino. Marca Ferrania, bianco e nero, dodici pose, centoventicinque ASA, formato centoventi. Esposto, riavvolto e lasciato lì dentro da un bel po’, a giudicare dalla macchina e da quello che è venuto fuori dopo lo sviluppo” mi rispose Nemo con un tono di voce neutro, come se mi avesse appena comunicato la cosa più ovvia e scontata di questo mondo.
Cercai di “mettere a fuoco” le parole appena sentite e gli chiesi incredulo: “Vuoi dire che hai sviluppato un rullino trovato in una macchina fotografica degli anni cinquanta e… hai trovato delle immagini? Dopo tutto questo tempo? Ma le pellicole non hanno una data di scadenza? Poi, più passa il tempo e più aumentano le probabilità che la pellicola esposta prenda ulteriormente luce, anche se rimane all’interno dell’apparecchio, no? Fossi stato io al posto tuo, avrei subito buttato via il rullino…”

Conoscevo Nemo troppo bene. Lui apparteneva alla schiera dei possibilisti, coloro i quali concedono a esseri umani, animali, cose animate e inanimate sempre e almeno una possibilità, se non addirittura una seconda. Rispose: “In effetti il negativo era quasi completamente nero. Tutto tranne il primo fotogramma, la parte di pellicola esposta per prima rimasta all’inizio del rullo riavvolto. Una sola fotografia. Vuoi vedere l’immagine che si è rivelata?”
“Certo, me lo chiedi pure?” fu la mia immediata e sincera risposta.
Nemo si alzò dalla sedia e si tolse gli occhiali. Si passò una mano sul viso e si stropicciò gli occhi. Quel metodico rituale faceva immancabilmente da preludio ai suoi monologhi sulla vita, uno dei quali avrebbe avuto inizio da lì a poco. Fece un profondo respiro.
“Quella fotografia apparsa dopo tutti questi anni: un frammento di tempo, un istante della vita di qualcun altro andato perduto, dimenticato e per caso riconsegnato al tempo, a un altro tempo. La macchina fotografica diventa macchina del tempo perché qualcuno nel futuro ritrovi un’immagine appartenente al passato e alla vita di un altro. La luce che più di cinquant’anni fa ha impressionato quella parte di pellicola diventa immagine adesso, davanti ai miei occhi, e adesso posso condividere la vita di un’altra persona. Naturalmente siamo di fronte a un caso estremo, ma sono proprio gli estremi a definire le cose.”

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La fotografia che mi fece vedere Nemo era sfocata e mossa, un bianco e nero impastato. Tuttavia l’immagine riusciva a trasmettermi un senso di inquietudine mista ad angoscia, che spegneva sul nascere ogni disquisizione di mero carattere tecnico, e soprattutto suscitava in me una gran curiosità. Avevo voglia di sapere se in quella carrozzina c’era una femminuccia o un maschietto, cosa ci faceva davanti a quel cancello, in quel giardino, chi aveva scattato la foto e in quale città. Ma erano interrogativi che non potevano aver risposta e quindi perfettamente inutili da formulare.
“Adesso è molto più facile:” continuò Nemo “se si vuole rendere condivisibile la propria vita con altre persone, almeno attraverso parole e immagini, è sufficiente accedere a Internet e iscriversi a network come Facebook, Digiland, Myspace, Youtube, solo per citarne alcuni. Meglio ancora, si può installare sul proprio computer un programma di file-sharing che permetta di condividere immagini, filmati, musica con altri utenti all’interno di una rete comune, reti basate su di una struttura pari a pari come per esempio Gnutella o eDonkey: in altre parole, mettere a disposizione, direttamente sul proprio disco rigido, i propri file ad altri utenti della rete. Questo naturalmente implica da un lato destinare un’area del disco a contenere quei file che si vogliono condividere con gli altri utenti, dall’altro consentire il libero accesso a quest’area lasciando aperte alcune porte del proprio computer. E sai, Gianluca, cosa succede, a volte?”
“No, non lo so!” risposi: avevo fatto un po’ di fatica a star dietro a Nemo nel suo farneticare cyber-nautico e quel “no” fu molto spontaneo e piuttosto liberatorio. Continuò: “A volte capita che qualcuno, per scelta, errore o semplicemente per ignoranza, lasci aperte troppe di quelle porte, finendo con il mettere a disposizione degli altri utenti della rete anche i file più personali e privati… ma si tratta, naturalmente, di pochi casi…”
L’angolo sinistro della sua bocca si alzò a formare un mezzo sorriso.

Dopo circa un’ora, me ne andai da casa di Nemo con il mio disco rigido portatile pieno di file, diligentemente suddivisi per cartelle: ogni directory uno spazio condiviso, un computer, un utente della rete. Ogni cartella la vita di una persona, di uno sconosciuto. A me rimaneva l’arduo compito di dare un senso all’operato di Nemo, una forma visibile a tutto quel materiale, frutto della “volontà di condivisione” di svariati e non sempre consapevoli utenti di Internet, come della maniacale ossessione di un unico regista. Mi chiedevo a cosa fosse servito aver fatto tutto ciò. Mi chiedevo soprattutto chi diavolo fosse Nemo. Un hacker? Un voyeur? Un ingegnere sociale, che con l’ausilio di strumenti tecnologici strappava alla gente informazioni e immagini private? Me lo immaginavo nel suo studio, da solo, a interrogare giorno dopo giorno il suo iMac come si interroga uno specchio fatato per ottenere magiche visioni e con esse le risposte alle proprie domande. Ma quali erano le domande che Nemo poneva allo specchio? Mi venivano in mente frammenti di film come
Le vite degli altri, One hour photo e un’unica parola: solitudine.
Nemo era una persona sola e tutto, dentro la sua casa, puzzava di solitudine. Lo strofinaccio usato come tovaglia, il calendario dell’anno passato, quel cappotto nero abbandonato sulla sedia. E quei pacchetti di carta marrone, che sapevo essere regali comperati per qualcuno e mai consegnati, e ancora la piccola Moleskine aperta sul tavolo: il suo diario, che riempiva di lettere indirizzate a B. nella convinzione che un giorno lei le avrebbe lette, senza rendersi conto che quelli erano destinati a rimanere solo esempi di mediocre poesia perché B. non sarebbe più tornata. Sapevo quanto Nemo fosse sensibile e pensavo che la sua sensibilità non gli giovasse affatto e che, anzi, gli servisse solo ad avere una maggiore percezione della sua solitudine. E in quel momento Nemo era davvero solo perché non aveva più neanche se stesso, ma solo il suo spettro, quello che ogni sera lo chiudeva dentro casa, gli versava da bere e gli presentava il conto. Era quello l’ennesimo prezzo da pagare per chi, come Nemo, si era arreso alla vita, dopo averne assaporato l’amaro, scegliendo di ridurre la propria esistenza a un insieme di avvenimenti scontati e il proprio ruolo su questa terra a quello di spettatore. L’ossessione di impossessarsi di immagini delle vite degli altri, non era forse quella l’espressione di un terribile disagio esistenziale, come anche un tentativo di colmare quell’enorme vuoto attorno al quale, come muschio sulla parete di un pozzo, rimaneva abbarbicata la sua vita? Nemo si era ridotto a essere un vampiro, incapace di trarre energia vitale da se stesso e costretto a cibarsi delle vite altrui, drammaticamente consapevole del fatto che ciò che lo nutriva erano solo le rappresentazioni di queste vite: una massa di fantasmi, nient’altro che
immagini.