Il progetto artistico ha come essenziale ingrediente di base le fotografie digitali che la persona chiamata Nemo ha cercato e raccolto, da un paio d’anni a oggi, attingendo da più di un centinaio di “cartelle condivise” messe a disposizione da altrettanti utenti della Rete delle Reti.
Il personal computer (un iMac G5 della Apple Computer) che costituisce l’installazione centrale, fa da postazione interattiva, permettendo ai visitatori di guardare il risultato dell’elaborazione digitale dei file originali. Sulla scrivania (desktop) del computer l’utente può trovare una selezione delle immagini “rinvenute” all’interno delle “cartelle condivise”: ogni immagine è identificata da un’icona raffigurante un pc e da una sequenza numerica e fa parte di quella che sembra la rappresentazione di una rete di elaboratori. Con due click del mouse in rapida sequenza su ciascuna delle icone è possibile attivare sullo schermo la proiezione di ogni singola immagine.

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Ho scelto poi alcune fotografie dell’archivio “condiviso” della persona chiamata Nemo per realizzare una serie di Polaroid (nel formato 3,5 x 4,25 pollici) a integrazione del corpo centrale del progetto. Ho immaginato che i file digitali potessero “migrare” al di fuori dello spazio virtuale, annullando la propria matrice binaria per divenire immagini analogiche, uniche e irripetibili: caratteristiche queste che solo fotografie ottenute con una pellicola istantanea che non produce un negativo possono avere.
Una fotografia Polaroid e un file prodotto da una fotocamera digitale hanno in comune l’istantaneità, l’immediata fruibilità dell’immagine ottenuta dallo scatto, immagine che nel caso della Polaroid corrisponde a un oggetto reale e tangibile ed è fortemente connotata in termini di resa visiva e di sensazione tattile, immediatamente riconoscibile come “fotografia istantanea”.
Come la fotocamera Filmor del racconto
Nemo e io ci restituisce un’immagine del passato, così la metamorfosi in Polaroid porta le fotografie digitali indietro nel tempo attraverso una raffinata ibridazione di fotoritocco e artigianalità il cui risultato è un materiale nuovo, espressivo e vitale.
Il tutto viene infine completato e arricchito da una base sonora composta dal sound designer Francesco Pirro appositamente per il progetto. Le frequenze disturbate di
Net found accompagnano i visitatori nel percorso espositivo evocando suggestioni visive appartenenti a un altrove impalpabile che è lo spazio della Rete.

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Ringrazio Anna per la poesia Sei sulla strada giusta; B. per il sorriso di sempre; Francesco per l’amicizia; Francesca, Giovanna, Licia e Romano per la pazienza, la razionalità e la fiducia; tutti gli anonimi utenti di Internet per la volontà di condivisione che ha reso possibile questo lavoro.
Un grazie particolare a Loretta Mozzoni e Simona Cardinali.
Ringrazio per ultimo Nemo, che solo continua a navigare e a inventarsi nuove illusioni.

“…Tra le idee arretrate […] c’e’ quella che l’uomo può usare la tecnica come qualcosa di neutrale rispetto alla sua natura, senza neppure il sospetto che la natura si modifica in base alle modalità con cui si declina tecnicamente. L’uomo infatti non è qualcosa che prescinde dal modo in cui manipola il mondo, e trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi di comunicazione, ma l’uomo stesso. […]
Radio, televisione, personal computer, cd-rom ci plasmano qualunque sia lo scopo per cui li impieghiamo. Una trasmissione televisiva edificante e una degradante, per diversi che siano gli scopi a cui tendono, hanno in comune il fatto che noi non vi prendiamo parte, ma ne consumiamo soltanto le immagini. Il ‘mezzo’ indipendentemente dallo scopo ci istituisce come spettatori e non come partecipi di un’esperienza o attori di un evento. Questa condizione, che vale per la televisione, vale, anche se non sembra, per l’Internet dove il ‘consumo in comune’ del mezzo non equivale ad una ‘reale esperienza comune’. Ciò che nell’Internet si scambia, quando non è una somma spropositata di banalità, è pur sempre una realtà personale che non diventa mai una realtà condivisa. Lo scambio ha un andamento solipsistico dove un numero infinito di eremiti di massa comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo. E par di vederli questi operatori, separati l’uno dall’altro, chiusi nel loro guscio come i monaci di un tempo sui picchi delle alture, non per rinunciare al mondo, ma per non perdere neppure un frammento del mondo in immagine…”

(Tratto da La solitudine di Internet di Umberto Galimberti, La Repubblica, 21 luglio 1995)